I ricchi, i servitori (e io)

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Sanseverino - André Dr.John - Stack-A-Lee

Che strani questi giorni, passati in un resort a Capo Vaticano, poco sotto Tropea in Calabria.

Sono anni che viaggio zaino in spalla o camper, ma non ho potuto rifiutare un invito ad una festa di famiglia.

Mi sento fuori posto, ma sono talmente in un ambito nuovo che sta diventando una sorta di ricerca antropologica.

Semplificando il giusto, posso riconoscere due categorie di umanità entrare a contatto, che chiamerò “i ricchi” (tra cui io) e “i servitori”.

Noi ricchi ci aggiriamo fin dal mattino con l’aria beata e un piattino in mano, facendo 2 o 3 giri tra dolce e salato (non conto i giri con tazza o bicchiere in mano).

Al tavolo della colazione siamo già alle prese con la prima difficile scelta della giornata: segnare sul menu cosa vorremo per cena, con un salto temporale non indifferente a cui va aggiunta la difficoltà di pensare a mente a cosa potremmo avere per pranzo.

I più spendaccioni ordinano da bordo piscina, non incluso nella mezza pensione, creando una sorta di mini classificazione interna tra ricchi.

Per andare in spiaggia si prende una navetta, un minivan da 8 posti (12 se ci stringiamo), e nel momento in cui le persone in attesa sono anche 15 o 20 viene fuori la prima difficoltà, perché una fila o dare la precedenza non sono previsti in un resort.

E allora si fa a gara a chi si mette più in mezzo alla strada, per essere più vicino allo sportello, e nello spingere per entrare riempio di occhiatacce tutte le signore tedesche, che hanno osato provare a fregare me, arrivato ben prima di loro!

Per il resto della giornata un buon 80% del tempo è passato a giudicare da intenditori cosa si è mangiato, paragonarlo con la sera prima, con la vacanza prima, nello stesso posto o da qualche altra parte.

A cena la tavola apparecchiata presenta una posata in più, orizzontale sopra il piatto, e la prima parte della cena se ne va a cercare di immaginare quale sarà il dessert, che consistenza deve avere per aver richiesto una forchetta invece del cucchiaino (che di solito è preferito, ma la forchetta sembra generare più materiale di discussione).

Dall’altra parte abbiamo “i servitori”, per lo più giovani ragazzi (calabresi in questo caso) che fanno sentire tutti coccolati, quasi in famiglia, regalando sempre un sorriso e una domanda inaspettata: “come sta oggi?”.

Sembrano così felici di lavorare, e come non potrebbero! Siamo in un paradiso naturale in un clima di vacanza e poi hanno a che fare con “i ricchi”, gente con cui è bello avere a che fare per definizione.

Osservandoli, l’istinto mi dice che appartengo probabilmente più alla loro categoria che a quella in cui mi sono infilato mio malgrado.

E a forza di mettermi al pc ai tavolini, mentre loro sono in pausa e gli altri ricchi sono al mare, sembro uno che lavora abbastanza per iniziare ad entrarci in confidenza.

calabria
Calabrifornia

I servitori tra di loro pigliano per il culo tutti, ma proprio tutti, i ricchi in dialetto calabrese, mi ricordano tantissimo il cameratismo con i ventenni con cui lavoravo qualche anno fa in ufficio.

Dopo aver sorriso e risposto all’ennesima lamentela della signora veneta con i capelli viola, la cameriera gentile scambia una descrizione poco gentile della signora con la collega mentre si incrociano, con una velocità ed un sincronismo incredibile (anni di allenamento suppongo).

L’autista della navetta è il nipote del tuttofare del resort, e ogni volta che alle parole “no beach, station” le signore tedesche in costume lo fissano, tentando comunque di entrare nel minivan, cerca di farglielo capire con bestemmie direttamente in calabrese stretto.

Parlando con i camerieri e i cuochi mentre fumano al tavolino vista mare, da cui prima mi beavo facendo foto da vero nomade digitale, mi raccontano che molti non vedono l’ora di andarsene, che sognano di cambiare vita.

Chi vorrebbe aprirsi un locale suo, chi sogna di diventare un camionista, qualcuno addirittura vorrebbe lavorare in un ufficio, da cui io per anni ho cercato solo di evadere.

Quando mi chiedono che lavoro faccio non so quasi rispondere, ma dire “lavoro al pc” per loro è più che sufficiente, un altro mondo.

Mi sento un figo, col mio pc e la tazza di caffè, immagino di essere invidiato per quella sorta di bug del sistema (che loro non chiamerebbero bug) per cui posso sia lavorare che essere in vacanza.

Poi un ragazzo mi dice spegnendo la sigaretta: “certo che mò con sta intelligenza artificiale mica troverai più tanto lavoro”.

Sono tutti d’accordo con questa affermazione, ormai i pc faranno tutto da soli, anzi vogliono sapere se ho già pensato anche ad altri tipi di lavori.

Non so come sia successo, ma in una chiacchierata il mio sogno da nomade digitale si è trasformato in una nuova categoria sociale, quella del disoccupato.

Cerco di spiegare che è più complicato, che sti agenti vanno guidati etc etc, ma mi guardano senza crederci tanto, e da come parlo sembro quasi non crederci manco io.

Credevo di essere fuori da questo gioco dei ruoli, mentre il mio ruolo è solo diverso, e per alcuni manco così figo.