Un ritiro al gusto di Romagna
Sto scrivendo da un aereo Ryanair diretto a Lamezia, in Calabria.
Non so se abbiano rimpicciolito ancora lo spazio dei sedili o se sia che l’ultima volta avevo un Macbook Air, fatto sta che il pc è incastrato tra la mia pancia e il sedile davanti.
Che di cose da scrivere oggi ne avrei anche tante, visto quanto successo nell’ultima settimana.
Solo tre giorni fa guidavo il camper in direzione Torino, dopo un pranzo con gli ultimi compagni di ritiro nomade.
Non mi piace l’idea di definirlo come il miglior ritiro fatto finora, come un genitore non dice mai di avere un figlio preferito (anche se poi alla fine ce l’ha comunque, quindi…).
Non saprei neanche cosa lo ha reso così speciale, mi serve tempo per elaborare queste cose, ma ci sono tante cose che subito mi fanno sorridere pensandoci.
Per esempio, la prima sera mentre camminavo per raggiungere gli altri in spiaggia mi chiedevo se le persone si stessero divertendo, se non avessi dovuto fare qualcos’altro per rendere migliore l’arrivo e il primo giorno.
Arrivato in spiaggia, erano tutti in acqua a giocare a pallavolo, mentre altri lodavano la birra al pepe del Sand Gate, il locale lì di fronte.
Ogni volta succede così, credo di dover fare qualcosa io e poi rimango felicemente sorpreso a vedere le persone organizzare cose.
È il momento in cui svanisce un certo senso di responsabilità e lascio che le cose vadano come devono andare, pensando solo alla logistica, ai pasti e al giorno dell’unconference.
Poi questa volta c’era la magia del campeggio, dove abbiamo costruito un nostro piccolo villaggio con le persone incontrate a lavorare nel porticato della loro casetta e le mille sedie rubate per crearci la nostra piazza tra i camper.
E che bellezza trovarsi al mattino, ancora assonnati, per sederci in spiaggia a meditare, dopo le montagne della Valle d’Aosta e il camino della baita.
Tra i tanti momenti ce n’è uno che per me descrive la follia di questo evento.
Eravamo in spiaggia al termine dell’unconference, come sempre in attesa delle nostre pizze.
Finalmente avevamo trovato un momento per noi musicisti, e con chitarre e percussioni entravamo nel famoso flow con il cielo rosso da fine tramonto e una luna enorme.
Mentre noi fingevamo di sapere cosa stessimo suonando, altri guardavano i rigori della Champions League attorno ad un tablet.
Ma anche volendo mettersi d’impegno, come cavolo si fa ad organizzare una cosa del genere? Può solo succedere.
Ecco, in questi 4 giorni sono successe una marea di cose per il semplice motivo di essere lì, branco di developer o affini con una visione della vita e del lavoro molto simile, o per lo meno con tanta voglia di mettere la propria vita in discussione.
E se forse si è parlato meno di tech e AI, si è parlato molto di cambiamento, di scelte della vita importanti, di percorsi fuori dall’ordinario.
In questo mio momento della vita, con tanto entusiasmo ma poche certezze, avevo bisogno di ascoltare tante storie diverse.
Ogni volta poi sembra succedere qualcosa dopo, come chi compra un camper, chi si licenzia e chi si trasferisce a Berlino.
Ecco, questo mi riempie d’orgoglio, sapere che qualcuno rischia di rovinarsi la vita anche per la spinta ricevuta da un ritiro o da un mio video è l’unica cosa su cui sono contento di mettere la firma.
Non so quale disturbo mentale sia, dovrei fare un’affiliazione con l’INPS, ma in qualche modo è una cosa che mi fa venire voglia di continuare a fare cose e condividerle.
In attesa di ascoltare nuove storie al prossimo ritiro, non posso che ringraziare tutti: per le sedie rubate, per la birra al pepe, per le schitarrate, e per la voglia di rovinarsi un po’ la vita insieme.