La grande recita (e io)

scritto ascoltando:
Andrea Laszlo De Simone - Conchiglie Starsailor - Silence is easy

Da quando settimana scorsa ho condiviso l’articolo su perché nel tech siamo tutti tristi, mi sembra che attorno a me si parli solo di quello.

Dice che il nostro lavoro non serve a niente, e che anche scappare fa parte del gioco.

Ne ho trovati almeno altri tre, più o meno filosofici, e su Telegram più di una discussione è partita dall’AI per arrivare, vuoi o non vuoi, allo stesso argomento.

Io ho avuto la fortuna di lavorare in consulenza nell’inutilità più totale tanti anni fa, in una delle più grandi aziende italiane, una ex azienda pubblica.

Non c’era un ufficio in cui si facesse niente, ma interi piani di una palazzina.

Bisognava rispettare gli orari, le pause caffè era meglio non farle troppo lunghe, ma di fatto alla scrivania ognuno cazzeggiava a modo suo.

Gli esempi che mi sono rimasti impressi sono: i compratori compulsivi su Amazon (refreshato come fosse un social), i videogiocatori a tutto schermo, gli odiatori di professione su Facebook, gli amministratori di forum vari, gli scrittori e poi la maggioranza silenziosa, i cazzeggiatori.

Quando c’era effettivamente qualcosa da fare avevo la sensazione che tutti fossimo consapevoli che il nostro lavoro fosse inutile, ma inutile davvero, ma come in una recita l’impegno era massimo, le discussioni grandiose.

Lì è dove la mia voglia di scappare dagli uffici è germogliata, credendo di poter trovare un modo migliore di spendere i miei anni di vita.

Il passaggio successivo però non è stato il freelancing ma una grande banca, sempre in consulenza.

La recita era decisamente più organizzata, sembrava quasi un gioco di ruolo tra interni col badge, esterni che non potevano parcheggiare dentro e responsabili impettiti che facevano da ponte tra i due mondi.

Eppure, tolto tutto il rumore, la ciccia vera era poca, e anche quando c’era da fare non potevo non pensare a quanto fosse tutto poco sensato per me, non riuscivo a vedere nessun impatto sul mondo di qualsiasi cosa facessi.

Azienda dopo, una startup: si lavorava eccome, e vedevo esattamente quale fosse lo scopo del prodotto che vendevamo.

Peccato fosse marketing allo stato puro, al limite della truffa, decisamente non quello che ti fa sentire di star facendo la tua parte nel mondo.

Da lì freelancing, quella che ho sempre immaginato come meta finale, che avrebbe messo intenzionalità sia sulla parte tecnica che sul tipo di clienti.

Mi immaginavo già in una startup ambientalista a testare un’app che aiuta a combattere il cambiamento climatico.

montagna
Piste da sci, summer edition

Invece ovunque sia andato, dalla PMI alla grande azienda, se la parte tecnica è diventata sempre più interessante, l’impatto non è mai pervenuto.

Ho sempre avuto la sensazione che anche dove la mission fosse chiara, si trattasse di un qualche tassello di questa grande recita capitalistica.

In realtà c’è stata una volta in cui ho sentito un mio reale impatto, ed è stato quando ho insegnato, sia per i fatti miei ma ancora di più in una nota academy online.

Lì sentivo di star aiutando concretamente le persone, vedevo un impatto che non fosse misurabile in termini economici ma soddisfazione e gratitudine di altri esseri umani.

Poi a forza di invecchiare ho iniziato a farmi domande pure lì: ma non è che sto comunque partecipando alla recita, solo nel settore “allevamento nuovi membri”?

E più invecchio più mi pare che si possa definire tutto come recita, come una rappresentazione in scena.

Per non parlare di tutti i ruoli drammatici che ho interpretato e che mi aspettano, perché quelli dovrebbero avere un senso speciale rispetto al resto?

E ovviamente più spremo più si arriva alle solite domande, quelle fatte dai greci più di duemila anni fa: qual è il senso?

Con questa metafora della recita tutto si autorisolve: non c’è differenza tra il collega che cerca su Amazon, un serial killer e me che scrivo una newsletter.

Tornando al discorso iniziale, ho creduto per anni che tutti stessero sbagliando e che solo io stessi intravedendo la realtà.

Poi anche quella realtà si è distrutta, e sto ancora cercando di mettere insieme i pezzi che trovo.

Sono certo di non voler ammazzare nessuno, quasi certo di non voler tornare in un ufficio.

Mi piace quando un ragazzo mi chiede se iscriversi a informatica o a ingegneria.

Mi piace quando qualcuno mi scrive per dirmi che grazie a un mio video si è licenziato.

Mi piace pure quando vedo una mia app funzionare, anche se questo vuol dire consumare litri e litri d’acqua per far funzionare Claudio.

L’articolo aveva ragione. Per ora.