Questa cosa che chiami vita
Esattamente sette giorni fa, ero seduto qui al pc per pubblicare il video girato al mattino sul Sup.
La copertina era ormai venuta fuori, con le poche skill che ho su Canva: foto grande sotto + foto mia ritagliata sopra + scritta dietro la testa.
Stavo sistemando il titolo (prima Claude Code o prima il freelancing?) quando mi scrive il mio amico Luca su Whatsapp.
“È morto Guccini”
Fermo tutto, questa mi colpisce duro.
L’avevo scoperto sedicenne, in mezzo al divorzio dei miei e alla disperazione adolescenziale di chi non sa in che direzione andare.
Mi ci ero attaccato come qualunque adolescente si attacca a un mito (e col senno di poi mi è andata di lusso a trovarne uno così).
Scoppio a piangere.
Brutto dirlo, ma non mi sono messo a piangere immediatamente dopo la notizia della morte di persone a me molto più care.
Mi è parso come fosse morto un pezzo enorme di me, quello che provava a capirci qualcosa con le cuffie sul pullman per la scuola.
Passo un’ora tra leggere notizie, commenti vari, riascoltare canzoni guardando il soffitto e finire di piangere.
Quando riapro il browser e chiudo le varie tab, mi accorgo di non aver ancora pubblicato il video.
Ora però mi sembra tutto una cazzata: io che mi sveglio presto per andare in mare a fare il video, io che lo scrivo in una newsletter, io che faccio una copertina con la mia foto iper satura di colori.
Inizialmente penso dipenda dal rapportare quello che stavo facendo alla morte, confronto che qualunque attività non può reggere (figuriamoci un video Youtube sull’AI).
Poi però mi si accende l’immagine di questo omone con la barba e la erre moscia che di fianco a me guarda la schermata di Youtube Studio, legge il titolo del video e dice: “che sarebbe sta roba qui?”
“No niente Francesco, ho fatto un video in cui parlo delle novità sul mio lavoro, sulle tecnologie”
“Ma cosa stai scrivendo lì da mezz’ora?”
“Il titolo del video, praticamente da quello dipende molto quante persone realmente lo apriranno e quindi il successo del video stesso. Insieme alla copertina, certo.”
Fisso lo schermo perplesso.
E la cosa sarebbe stata uguale se fossi stato a creare un nuovo form, dire a Claude di modificare lo schema di un db o a leggere un paper in cui si decide se gli LLM sono pappagalli stocastici oppure no.
Il mio lavoro mi ha fatto sempre sentire in difetto rispetto all’arte, alla letteratura e alla filosofia.
Il video l’ho pubblicato senza più modificare il titolo, ora non aveva più alcuna importanza.
Solo che poi, quel giorno stesso, mi sono messo a giocare con un robino hardware che avevo lì fermo da tempo.
Un registratore audio che volevo provare ad hackerare per farmi la mia app, ma che non avevo mai fatto perché tanto non posso poi mica farci un prodotto o altro: quel pomeriggio mi ci sono messo.
Poi con la scusa ho provato un agent nuovo, poi ho risposto a una mail rifiutando cose che non avevo alcuna intenzione di fare, ma su cui procrastinavo.
È come se togliendo importanza alle cose mi fossi sentito in diritto di decidere cosa fare.
Anche adesso, mentre scrivo, ascolto “Lettera” in loop e quando chiude con “questa cosa che chiami vita” mi sembra che la renda finita.
Non ha mai avuto il tono di uno che spiega, me lo sono sempre immaginato a riflettere a voce alta passeggiando con aria dubbiosa, sul perché stiamo qui a fare quel che facciamo.
Quindi rieccomi qui oggi, a scrivere assonnato alle 7.18, dopo un altro giro in SUP a parlare da solo.
Alla fine un po’ il memento mori, un po’ che tanto questo so fare, mi sento bene seduto qui col tazzone di caffè, il verde degli alberi davanti e un venticello che finalmente si fa sentire.
Che culo avere avuto un maestro così.