La mia finale dei Mondiali (a Bologna)
Nei giorni scorsi, mentre ero a Bologna alla fiera tech WeMakeFuture, ho assistito ad un talk di Jacopo D’Alesio, per gli amici di Youtube Jakidale.
Raccontava che alcuni studenti di Ingegneria dell’università di Pisa gli avevano scritto molti mesi prima chiedendogli di sponsorizzare un tentativo di record del mondo.
Un record un po’ bizzarro, aeroplanino di carta più grande del mondo, ma abbastanza plausibile sia per lui che per studenti di ingegneria.
Non mi aveva colpito molto la cosa, finché non ha menzionato che non solo l’aereo si trovava nel padiglione di fianco al nostro, ma che il giorno dopo ci sarebbe stato il tentativo di lancio.
Andiamo quindi nel padiglione e troviamo aeroplano, enorme, che ovviamente ci eravamo immaginati come una copia gigantesca del classico aereo di carta fatto a scuola.
Diciamo che sembrava più una lunga ala, sui 20 metri per l’esattezza. Comunque, tanta roba.
A fare da guardia ci sono un bel po’ di studenti, chiediamo qualche informazione, si percepisce la loro emozione, ma direi per me chiusa lì, bravi tutti e auguroni.
Il giorno dopo però, verso le 18, mi trovavo a girovagare per la fiera completamente da solo, senza più alcuna voglia di chiedere cose o di conoscere gente, e mi viene un flash.
Ma non era oggi che lanciavano l’aereo di carta? (che intanto avevo smesso di chiamare aeroplanino).
Arrivo nel padiglione ed è più movimentato del giorno prima, ma ancora quasi vuoto.
Mi appoggio ad una transenna, stanco dalla giornata di socialità e camminate dentro la fiera, e inizio ad osservare che succede nella zona calda dell’evento.
C’è ovviamente Jakidale che corre da una parte all’altra, un tizio in giacca e cravatta completamente fuori luogo, un altro youtuber parlare davanti all’aereo col telefono davanti alla faccia.
Chiedendo in giro scopro che manca più di un’ora al lancio, e ho due strade: andare da qualche altra parte e tornare dopo, oppure rimanere fermo lì e aspettare.
Per inerzia rimango lì, non ho manco la forza di scegliere, e inizio a osservare meglio la scena, concentrandomi sugli studenti.
Sono quelli più agitati, ogni tanto si avvicinano e li vedo darsi di continuo il cinque, gente che fa avanti e indietro guardando ogni tanto verso la folla di spettatori che si sta creando.
Penso che già sia un momento topico per loro, un lancio dopo 2 anni di lavoro, avere anche questa massa di persone mai vista prima a osservarli deve aumentare e non di poco l’ansia.
Provo ad interagire con uno di loro, chiedendo come mai sia concesso avere una struttura portante in legno.
Il ragazzo quasi scocciato mi fa notare che è tutta carta, anche quei pezzi lunghi, e in un istante capisco quanto io sia fuori da quel progetto, al pari di un tifoso sovrappeso alla stadio.
Intanto Jakidale al microfono spiega la procedura di lancio, e finalmente capisco che il tizio in giacca e cravatta è il giudice ufficiale del Guinness World Record, fico.
Capisco anche che il lancio avverrà dalla rampa alta 3 metri e lunga una quindicina per mano proprio dei ragazzi, è una delle regole: si lancia a mano.
Anzi, sarà solo uno di loro a lanciare, proprio il ragazzone alto e spesso che il giorno prima da quella rampa lanciava la palla medica da 30kg.
Lo vedo seduto, gli altri ragazzi gli ronzano intorno, ogni tanto qualcuno gli mette una mano sulla spalla, oppure gli dà la carica con i pugni davanti alla faccia.
Faccio fatica a pensarlo: 20 anni o poco più, avere sulle proprie spalle il lavoro di 2 anni dei tuoi compagni, tutto in un unico gesto che può tranquillamente mandare a puttane tutto.
Ecco, da lì inizio a sentirla anche io l’ansia, divento anche io uno di quei compagni che vorrebbero in qualche modo aiutarlo, alzare le mani al cielo come in Dragon Ball per donare energia.
Invece sto lì fermo, la folla dietro di me senza che me ne accorgessi è diventata enorme.
Si aspetta solo quel momento, quello in cui si scopre se l’aereo si spezzerà in due, se cadrà di muso in verticale poco oltre la rampa o se ce la potrà fare.
Quando partono con le manovre per innalzare l’aereo sulla rampa, penso che tutto questo sta succedendo perché questi ragazzi hanno avuto un’idea.
Chissà come, un giorno magari uno di loro ci ha pensato, magari vedendo il video del lancio precedente, poi ne ha parlato con un altro e poi gli altri piano piano hanno fatto gruppo.
“Facciamolo” ad una certa, e via di esperimenti sui materiali e studi sui flussi aerodinamici.
Poi, dopo essersi scontrati col mondo e con la necessità di trovare soldi per poterlo fare davvero, invece di fermarsi hanno fatto la cosa più potente che si possa fare: chiedere.
Non so perché mi colpisca così tanto il potere di fare domande, quante cose nella mia vita non sarebbero successe se non avessi avuto il coraggio di chiederle.
E quella domanda ci aveva portato tutti lì, con un’ansia che rigori della finale dei mondiali spostatevi proprio, in un infinito istante di silenzio in cui tutti lo guardiamo, aspettando che cominci la sua rincorsa.
Quando parte non riesco ad immaginarmi nessun altro finale, quel cazzo di aeroplano deve volare per forza.
Poi parte, pochi passi decisi e il lanciatore si schianta contro un materasso messo sull’estremità della rampa, mentre lascia andare l’aereo.
E l’aereo non delude, vola e non si ferma più: doveva volare almeno 15 metri e invece si va a schiantare fino al fondo del padiglione.
Corro come tutti anch’io a vederlo da vicino, con una gioia che solo un’ora prima non avrei mai immaginato di provare in quel pomeriggio a Bologna.
Cerco subito con gli occhi gli studenti del progetto e sono tutti lì sulla rampa ad esultare come se l’avessero vinta davvero, la coppa del mondo.
Praticamente si sono prima costruiti da soli la coppa, poi hanno trovato il modo per giocare la finale e alla fine l’hanno pure vinta.
Sono uscito dal padiglione carico a molla, pronto il giorno dopo a ricominciare a parlare con persone a caso alla fiera. Non si sa mai.