Regarde

scritto ascoltando:
Dente - Coniugati passeggiare Brunori Sas - La Vita Liquida

In montagna quando piove non c’è molto da fare se non prendersi un libro o un bel film e starsene a casa. Non se hai un figlio piccolo.

Così venerdì scorso sono andato nell’unico posto in zona Modane (Francia) interessante per passare la mattinata: il musée de la frontière, per gli amici Museobar.

All’entrata ci ha accolto una signora di mezza età con un sorriso dolcissimo, l’aria non curatissima ma serena. È il tipo di persona che vuoi vedere in un museo quando hai paura che tuo figlio non stia proprio in silenzio tutto il tempo.

Il museo è molto piccolo e si basa sulle due materie prime a disposizione: la storia del paese dopo l’apertura del traforo (e il conseguente arrivo degli italiani) e una collezione di piani meccanici.

Praticamente era un paese di campagna, poi arrivano gli italiani e inizia a esserci baldoria, quindi aprono tanti bar e per mettere la musica si usavano questi pianoforti automatici.

La prima cosa che mi attrae sono gli armadi pieni di oggetti di fine ottocento e novecento buttati dentro, quasi alla rinfusa (quasi).

Sono oggetti di tutti i giorni, come timbri, bottiglie di profumi, ventagli. Qualcuno li usava al mattino, due secoli prima che io mi svegliassi con la vibrazione dello smartwatch.

Su un foglio c’è una lettera arrivata da Orbassano, paese vicino a dove sono nato io in provincia di Torino, e mi è venuta la malinconia per i bei tempi delle lettere (che non ho proprio vissuto ma vabbè).

Ma poi da bravo musicista e ingegnere, mi sono messo a squadrare questi carillon giganti.

Praticamente prendi un pianoforte verticale, aggiungici nella cassa qualche percussione, un triangolo, dei piatti in miniatura, e al posto dei tasti metti un rullo gigante con tanti dentini per fare una canzone.

Invece di dover pagare dei musicisti ogni sera, uno strumento che suonava in automatico, basta una persona a girare una manovella.

Una persona al posto di cinque o sei musicisti, che manco doveva saper suonare: un affarone per il proprietario del bar.

La signora che gestisce il museo si aggirava per la stanza lasciando incustodita la cassa, sospettando che gli otto visitatori al momento dentro fossero già il massimo della giornata.

Allora mi approccio con il mio francese da biennio di scuola superiore per capire una cosa di questi pianoforti: se hanno un solo rullo perché di fianco c’è una lista con anche dieci canzoni?

piano
Il piano meccanico con coppia danzante

Lei si illumina, è quel tipo di domanda che per me può essere strana, formularla può farmi sentire intelligente, nei fatti è la domanda base che le fanno tutti e a cui ha un’ottima risposta pronta.

“Regarde” mi dice portandomi dall’unico pianoforte meccanico funzionante della sala.

Inizia a girare la manovella e parte un valzer da balera italiana, che a scanso di equivoci ha la parola “Spaghetti” nel titolo.

Rimango molto sorpreso dal volume della musica, molto alto come giustamente è la musica suonata dal vivo: non stavo connettendo il suo girare al far suonare un pianoforte e delle percussioni di vario tipo in una stanza così piccola.

Anche mio figlio lo fissava stupito: “ma come fa a suonare da solo?!”.

Finita la canzone, mi fa un cenno col dito di avvicinarmi, di nuovo “Regarde”.

Con una levetta il rullo si sposta di un centimetro in orizzontale, e iniziando a girare parte una canzone completamente diversa.

Ma certo, nel rullo ci sono più canzoni allineate in maniera differente rispetto ai dentini dello strumento principale, chiarissimo.

Finita la canzone, mi guarda come se stesse per rivelare il gran finale, è palese non sia finita lì: “Regarde”.

Apre lo sportello dove c’è il rullo e sotto si vede un secondo rullo, completamente nascosto a piano chiuso.

Allora sono stronzo, ma è chiaro! Se vuoi più canzoni basta avere più rulli.

La signora ha richiuso, mi ha sorriso e se ne è tornata alla cassa soddisfatta. Io sono rimasto a fissare quel piano.

Uscendo dal museo mio figlio mi ha chiesto se potevamo costruirlo anche noi un pianoforte che suona così.

Gli ho chiesto se non preferisse quando lo suoniamo insieme. Era dubbioso.

Quando a casa ho riaperto il pc, ho invidiato la signora del museo, che poteva rimanere ferma al rullo del piano meccanico, invece di inseguire le novità AI come faccio io.

Poi però ho pensato che domani qualcuno potrebbe farle la stessa domanda, e lei avrà la pazienza di raccontare di nuovo la stessa storia.

Magari tra duecento anni ci sarà uno schermo con sopra Claude Code, e una signora a raccontarlo.

“Regarde.”