Con ChatGPT in Andalusia
“Hey Chat, ci consigli un ristorante che abbia anche roba vegetariana a Malaga?”.
Dopo cinque giorni in Andalusia con amici di lunga data, mi sembra di vivere in una distopia.
Il mio amico Max ha chiesto a ChatGPT qualunque cosa, dalle soste durante il viaggio in auto ai bar in cui fare colazione.
E io ogni volta ero lì a frenarlo: guarda che non è aggiornato, guarda che non è preciso, guarda che il modello gratuito è stupido.
Ma lui ogni volta imperterrito, pronto a chiedere e a riferirci la proposta ricevuta.
Lo stesso Max che mi guidò la mia primissima volta in Asia, sperduto alla stazione del treno di Bangkok, per prendere il treno notturno per il Laos.
Allora non avevo neanche una connessione nel telefono, la Lonely Planet era la nostra bibbia (e al pari di un llm non era aggiornata ad oggi), e affidarci all’amico esperto di Asia era l’unica certezza.
Ora invece mi stupisco: come può fidarsi così ciecamente di ChatGPT, senza essere sicuro che le fonti siano corrette, senza utilizzare la versione a pagamento col modello di frontiera? Se non è GPT 5.5, che modello usa?
E quando poi intervenivo io, col mio incrocio tra Google Maps e Claude Fable con ricerche online esplicite, i risultati… erano praticamente gli stessi.
Ma allora conoscere le skill, i tools, tutti gli llm mi sta solo riempiendo la testa di fumo, distogliendomi dal reale obiettivo delle cose che faccio?
Forse l’essere immerso in questa tecnologia me la sta rendendo ancora più gigante di quanto realmente sia, creando anche non poca insicurezza?
Poi parlando di AI a cena è arrivata LA domanda: “Giuppi, ma tu ora col lavoro?”.
L’idea è che siccome anche loro hanno iniziato a farsi fare piccole app per robe d’ufficio, non capiscono più che senso abbia quello che faccio io.
Senza saperne troppo, sono un programmatore, uno che scrive codice per creare siti web, gestionali e applicazioni.
Ma ora che lo possono chiedere direttamente all’AI, io sono tagliato fuori, carriera cancellata.
E attenzione, è parte della verità, è dove nasce quel senso di insicurezza e smarrimento in me e in quelli come me.
Ma scalpitavo nel rigiragliela quella domanda: ma perché, credete che l’AI non possa già fare tranquillamente il vostro, di lavoro?
Se l’AI può crearvi un gestionale senza saper scrivere una riga di codice, non vi è venuto il dubbio che quel foglio excel si possa compilare da solo senza quasi chiederlo?
Che se Claude Cowork vi può fare le slide in 2 minuti, forse ha il potenziale per fare anche la parte di analisi dei dati?
Non ho voluto chiedere niente di tutto questo.
In fondo sono già pieno di questi discorsi nella mia bolla, almeno con loro volevo far finta che l’AI può fare tante cose, ma non tutto.
Ma più che fermarmi ad una visione del tipo “beata ignoranza”, mi sono chiesto se anche io stia guardando la situazione dal punto sbagliato.
Per loro la cosa importante non è fare quel foglio excel, ma essere la persona che lo presenta al meeting, a cui viene chiesto riscontro, che se ne assume la responsabilità.
Io in questo sistema, da semplice programmatore, sono più un problema (quello che dice “non si può fare in una settimana”) che un valore aggiunto.
Ma allora dove devo farmi trovare per riuscire ad avere di nuovo valore?
Un indizio l’ho trovato mentre gli spiegavo qualche trucchetto con Claude, o cosa potrebbero fare con Cowork, un pochetto la loro pupilla l’ho vista allargarsi.
Essere il ponte tra il mondo non tecnico e questi meccanismi fantascientifici di intelligenza artificiale, essere quello che in una riunione parla a nome dell’esercito di agent, quasi ammaestrandoli.
Che poi io di riunioni non ne voglia fare neanche mezza, è tutto un altro paio di maniche.