Sono davvero libero di fare quello che voglio?

scritto ascoltando:
Zen Circus - Il fuoco in una stanza

Ieri pomeriggio, una volta parcheggiato il camper in un nuovo paesino in mezzo alla Francia, potevo scegliere cosa fare.

Mi sarebbe piaciuto registrare un video, ma anche portare avanti i progetti vari, miei e non. O al diavolo tutto e farmi una bella passeggiata lungo il fiume.

Sono uscito nel prato per prendermi il caffé e la maniglia della porta del camper mi è rimasta in mano.

Il bello di vivere viaggiando con un camper è che hai casa e mezzo di trasporto sempre con te. Il brutto è che un problema diventa un problema sia della tua casa sia del tuo mezzo di trasporto.

Ho pensato subito: lo sistemo quando rientro in Italia, quanto scomodo può essere uscire e rientrare sempre dalla portiera di guida? (spoiler: moltissimo)

Non volevo sprecare quel pomeriggio dietro ad una porta, e se la voglia di fare video o programmare era svanita, l’idea di una bella passeggiata col sole, il fiume e una cittadina nuova era in assoluto più attraente.

È ritornato il concetto di come scegliamo di passare il nostro tempo, non aspettare di avere tempo libero ma fare quello che mi fa stare bene.

È bello poter pensare di fare le cose che ci piace in ogni istante, ma poi ci sono i doveri, i compromessi, i ritmi non decisi da noi.

Riflettendoci, credo che io sia dannatamente ostile al concetto di obbligo.

Porta del camper
Brutto imprevisto in un bel contesto

Quando iniziai a lavorare, durante le prime ferie passate con un amico in campeggio, ho vissuto malissimo l’idea di dover rientrare.

Mi svegliavo alle 6, mi mettevo a leggere il giornale sotto il sole ad un tavolino in un bar con i piedi nell’erba.

Perché dovevo rientrare in un ufficio grigio e aspettare settimane o mesi per avere di nuovo una finestra di tempo per essere libero di vivere così?

Lavorando da remoto ho risolto il problema “piedi nell’erba”, ma poi ecco che arriva la call, c’è il rilascio da fare, passa il pomeriggio dietro a problemi di altre persone che magari non sopporti.

Come ripeto spesso, questo è il compromesso in cui i vantaggi superano gli svantaggi, quello di avere libertà di gestione del tempo e dello spazio sfruttando le competenze per sostenersi (cercando di rendere le collaborazioni migliori possibili).

Però la distinzione tra tempo in cui lavoro a questi progetti “obbligatori” e il tempo in cui sono io a decidere cosa fare è ancora netta.

Quando ho iniziato a lavorare a progetti miei, scelti da me, questa distinzione si è sfumata, anzi non era più necessaria.

Io mi sveglio al giovedì con la voglia di scrivere, non vedo l’ora di sentire il commercialista per Informatici di quartiere, la live su Youtube è una chiacchiera tra amici, sviluppare Pensarium è come coltivare un orticello.

E nonostante questo, ho faticato spesso su progetti miei pensando fossero la cosa giusta da fare e invece mi rovinano le giornate in cui avrei potuto semplicemente fare altro.

Poi, come ieri, arrivano gli imprevisti, gli obblighi in cui tutta la libertà di scegliere e di decidere cosa ci piace fare va a farsi fot*ere.

Essere in Francia in camper, avendo creato progetti che mi piacciono e trovato collaborazioni in cui mi gestisco io il lavoro dipende da me, la porta del camper che si rompe no (forse da mio figlio che ci si appende).

Ecco, mettere in discussione sempre cosa dipende da me e cosa no, non accettando quello che mi viene raccontato dal mondo ma sperimentandolo in prima persona, mi fa stare bene.

Ieri alla fine mi sono messo ad aggiustare la porta, senza dover pensare a nient’altro.