A Kyoto ho imparato a lanciare progetti (in un negozio di scarpe)
Questa è la storia del lancio del mio nuovo progetto, che però 2 giorni prima non volevo più fare.
Andiamo con ordine, venerdì mi capita di vedere un nuovo progetto di un creator che seguo, Walking Nose.
Lo avevo conosciuto quando stavo a Kyoto, osservavo scarpe da trail in un negozio e si avvicinò per chiedermi se poteva aiutarmi: questo aneddoto tornerà dopo.
Da allora ho seguito le sue avventure, fino al lancio venerdì di un progetto fighissimo di viaggi alternativi, “Viaggio Selvaggio” (pure il nome è figo).
Io ero nel bel mezzo della preparazione del video per lanciare “Informatici di quartiere” (che nel mio caso sono io che parlo da solo camminando in spiaggia).
E quando ho visto il loro sito, il loro progetto, ho pensato solo una cosa: questo si che è figo, altro che il nostro progetto.
È una cosa istintiva: vedo qualcosa di bello, lo apprezzo e mi tocca mettere in discussione tutto quello che sto facendo io.
Che per carità, è un ottimo modo per automigliorarsi, ma funziona ancora meglio come metodo per autosabotarsi.
Però ovviamente Informatici di quartiere è un progetto su cui ho ragionato tanto, in cui abbiamo fatto mille call e discussioni, in cui ho davvero sentito esserci la spinta a creare qualcosa di grande che raramente ho avuto.
Ma ovviamente da dentro io vedo tutto, vedo i dubbi, vedo le difficoltà, vedo i rischi e il lavoro che ci saranno anche se tutto va alla grande.
Da fuori invece vedi l’entusiasmo, vedi la grafica figa, vedi quell’apparenza su cui i social network scavano ogni giorno.
Allora ho ripensato ad Alessandro, quel ragazzo incontrato in un negozio di Kyoto, super alla mano, che mi raccontava che stava provando a vivere facendo la guida di trekking, raccontandolo su Youtube.
Che non guadagnava tanto, quasi abbastanza per viverci, ma che ci stava provando.
E onestamente quando mi ha detto che viveva di quello, tra l’altro viaggiando per il mondo come me, ho solo pensato “che figata”.
Non perché facesse la vita da sogno o il lavoro dei suoi sogni, ma perché vedevo un ragazzo che si stava costruendo una strada completamente fuori dalla cosiddetta normalità. Costruendosi la sua normalità.
Mi raccontò anche di altri ragazzi, viaggiatori come lui che stavano provando a viverci, si vedeva che in quel momento si trovava ad affrontare un problema “strano” (vivere raccontando viaggi) e che non ci fosse una chiara soluzione tradizionale.
Persino per me suonava strano: ero in Asia con moglie e figlio e pensavo di essere coraggioso, ma in fondo facevo un lavoro standard semplicemente da remoto e in proprio.
Mi è sempre rimasto impresso quell’incontro, mi sono convinto ancora di più a provare a vivere “a modo mio”, potendo mettere in discussione qualunque cosa.
Sono tornato a guardare al mio progetto.
Informatici di quartiere è il mio primo progetto che faccio con tante altre persone, che anzi vuole fare leva sulle persone per poter fare qualcosa di bello nel mondo, con la missione dichiarata di farlo.
Il lancio è stato fatto nell’unico modo che conosco: raccontare a voce senza troppe costruzioni quello che ho pensato in tanti mesi, condensato in meno di 10 minuti.
Sono arrivati fiumi di feedback: persone da tutta Italia, chi lavora in altre associazioni di volontariato, chi già collabora con delle scuole, chi ha progetti in rampa di lancio che potremmo fare insieme e partire più velocemente.
Chi ha fatto domande scomode a cui saper rispondere ci fa fare un salto avanti enorme.
Il pomeriggio di lunedì, dopo il lancio, non avevo guadagnato un euro in più di prima e anzi la mia “lista di cose da fare” si era impennata tra feedback e prossimi step da fare.
Ma siccome questo manuale di “come si lancia un progetto” l’ho scritto io, stasera staccherò per 2/3 giorni.
Non sono sicuro sia utile per il progetto, ma sicuramente per me sì.