Quando si diventa davvero indipendenti
Ci giro da anni ormai, dietro al concetto di far funzionare dei progetti per smettere di lavorare direttamente per altri.
Smettere di offrire il mio tempo in cambio di denaro.
Ho lanciato diverse cose che mi hanno fatto guadagnare buoni soldi, per essere qualcosa di creato da me da zero.
Ho sperimentato tanto, ho riconosciuto l’entusiasmo buono, ho capito su quali competenze investire, credo che senza volerlo abbia imparato a vendere.
Ora sono qui, con alcuni progetti in partenza che mi piacciono davvero tanto.
Eppure mi sento ancora lontano anni luce da quella indipendenza che sognavo di creare.
Perché, di fatto, tutto è ancora come era: le mie entrate dipendono dal mio tempo.
Intendiamoci, negli anni ho portato il freelancing a una situazione ottimale.
Ho alzato la mia tariffa, ho selezionato clienti fino ad averne ora solo mezzo, ho una buona network che mi permette di sentirmi più sicuro.
Ma è ancora da lì che arrivano la maggior parte delle mie entrate, e anche quando mi butto per un periodo in progetti miei, la testa va a quando mi servirà fare cassa grazie al freelancing.
Cosa mi serve per cambiare prospettiva, far si che siano i miei progetti a sopperire totalmente, o quasi, a questo meccanismo?
Qualcuno banalmente potrebbe dire “i soldi”, ma il freelancing toglie comunque risorse al poter investire in qualcosa fino a farlo funzionare.
Allora mi chiedo: cosa mi manca per mettere abbastanza risorse in progetti miei per fare questo salto?
Credo sia un mix di paura e ignoranza.
La paura di non farcela, accettando lavori che mi toglievano attenzione, o di star sbagliando progetto, vivendo ogni progetto ogni volta come quello della vita.
Ma se le paure le ho riconosciute nel tempo, l’ignoranza è più difficile da scovare, essendo qualcosa che non so manco di non sapere.
Vivere esclusivamente di miei progetti vuol dire fare qualcosa che io, di fatto, non ho mai fatto nella mia vita.
Anzi, una cosa che non ho pensato io fossi in grado di fare per buona parte della mia vita.
E vivere questa cosa con un senso di ignoto la gonfia forse di aspettative e idealizzazione che poi la fanno sembrare più lontana.
A mente fredda ho potuto constatare che in un paio di momenti avevo dei progetti che incassavano abbastanza da poterci investire a tempo pieno.
Perché non l’ho fatto? Perché pensavo che non fossero giusti, non li vedevo in maniera razionale per quello che erano e probabilmente ci mettevo su un sacco di emotività.
Perché forse il confine tra lavorare in proprio e lavorare su progetti propri non è così tanto, forse (ma dico forse) è solo un cambio di prospettiva e committente.
Si tratta sempre di utilizzare il proprio tempo e le proprie competenze, ma mettendole su qualcosa di creato da me, scelto da me, che mi interfaccia con qualcuno con un rapporto diverso e che, soprattutto, può avere molta più leva sul controllo della mia vita che ottengo in cambio.
Com’è e come non è, aver alleggerito tutto di importanza mi carica ora di voglia di fare.
La mia lista di progetti è piccola ma ognuno di loro merita di uscire nel mondo e prendere vita.
Non si tratta più di decidere, di analizzare, ma di farli crescere fino a quando saprò realmente se possono funzionare oppure no.
Senza troppe analisi e soprattutto, cosa che spesso alla fine blocca tutto, senza troppe seghe mentali.