Pensieri confusi dopo 3 giorni intensi di coding
Ho passato gli ultimi 3 giorni in full immersion a lavorare sulla mia app Pensarium.
Poi ieri sera ho scritto ad un mio amico: “se hai una settimana libera e sai cosa stai facendo, puoi costruire qualsiasi cosa”.
In 3 giorni ho fatto queste cose nell’ordine:
- studiato i competitor, la loro UI e convincendo i loro agent a dirmi le loro istruzioni segretissime
- rifatto l’autenticazione da zero
- testato diversi modelli AI
- lavorato su tutti i prompt per renderli più efficaci
- rifatto tutto il flusso dell’app, dal login al questionario iniziale
- sistemato un po’ la UI
E onestamente sono molto contento del risultato, mi sento di dire che (forse) riuscirò a metterlo in vendita entro fine anno (o sicuramente online).
Questo mi apre in testa due scenari opposti: uno bello e uno brutto.
Iniziamo con quello bello: posso fare un sacco di App, yuppie!
Vedo una marea di persone che ora si fanno software personali in qualche giorno.
A me di quello frega poco, anche se questa mia prima app (Pensarium) ricade principalmente in questa casistica.
Mi interessa invece provare a buttarmi in settori diversi, provare a lanciare prodotti che mi generino entrate.
Su questo si entra nel difficile gioco dell’imprenditore, a cui onestamente ora come ora non so giocare.
Però ho già diverse idee di B2B da creare, voglia di mettermi in gioco e conoscere magari persone che “hanno il pane ma non i denti”, conoscono problemi ma non sanno come risolverli (se sei tra queste, scrivimi).
Nel 2025 ho fatto pulizia e imparato molto, nel 2026 voglio andare all-in e vedere cosa succede.
Ma ecco lo scenario brutto: tutti possono fare applicazioni velocemente!
Faccio un esempio pratico di app B2B, ovvero per aziende.
Scopro una nicchia nel settore “taglio unghie dei gatti” e creo un gestionale per toilettatori per gestirsi tutte le unghie tagliate.
Ho trovato una nicchia, ho trovato una necessità reale e creo una soluzione su misura al 100%.
Facciamo finta che riesco ad arrivare ai primi toilettatori, inizio a ricevere soldi e a farmi conoscere (lo so, questa è la vera sfida ma diamola per vinta).
Quanto ci mettono gli altri software di toilettatori ad integrare la cosa? O a lanciare un mvp identico?
Solo che loro, al contrario mio, hanno fiorfior di venditori che già martellano i negozi, i siti e le ads sui social.
Qualcuno potrebbe dirmi “è sempre stato così, la differenza la fa l’esecuzione”.
Vero, ma l’esecuzione ora è cambiata, il rischio per un’azienda di entrare in un mercato, per quanto minuscolo, è vicino allo zero.
Non sarà questo a fermarmi, ma sicuramente rende lo scenario meno roseo.
E allora torna il dubbio: ma non è meglio mettere le mie competenze al servizio degli altri? Zero seghe mentali sulle unghie dei gatti, faccio fattura a fine mese e basta?
Qui entra in gioco una variabile non deterministica: la voglia di libertà.
Vorrei provare ad avere “tanti piccoli software di gatti” e raggiungere l’entrata che mi serve.
Differenziando abbastanza da potermene fregare dei clienti che non voglio avere, per non diventarne a mia volta dipendente.
E soprattutto questo vale per tutti i developers: non c’è manco bisogno di scegliere!
Una grande fortuna, posso farmi competenze, network e pubblicità cercando di crearmi il mio impero.
E nel frattempo, usare le competenze per mettere benzina (soldi freelancing) alla macchina (progetti prori).
Sono ormai 10 anni che mi muovo in questa direzione, la verità è che questa voglia di libertà è ineluttabile.
C’è sempre meno lavoro? Non so fare il venditore? L’AI ci ammazzerà tutti? Non ci penso, altrimenti mi deprimo, mi fermo e le possibilità di fallire salgono al 100%.
Poi sarà che sto rileggendo “Nelle terre estreme” in questi giorni, ma il viaggio e l’avventura sono ancora 2 ingredienti della vita a cui non voglio rinunciare.