Freelancing, vita nel bosco e ricerca della libertà

In questi giorni mi hanno colpito tre storie, molto diverse tra loro ma con un filo comune.

La prima è di un ragazzo che ho sentito ieri in mentorship.

Mi ha ricordato me stesso: 26 anni, developer dipendente e tanta voglia di fare il salto e diventare freelance.

Come al solito ho messo tante mani avanti, mostrando le cose negative del mettersi in proprio piuttosto che far finta sia una strada in discesa verso la libertà.

Ma mentre elencavo i contro del diventare freelance, lui sembrava quasi non sentirmi, come se avesse già deciso e quelle mie parole fallissero nello scopo di intimidirlo.

Lì ho visto nel suo sguardo una determinazione mista a spericolatezza che mi hanno ricordato quando io chiedevo pareri e ad ogni consiglio di lasciar stare semplicemente passassi avanti.

E se non lo avessi fatto, se avessi ascoltato le paure e i contro vissuti da altre persone, non avrei potuto modellare la mia vita per renderla simile a quello che avevo in testa.

Sentiero di Bologna
Tutte le strade portano a Bologna

La seconda storia è di un ragazzo della nostra community, che ho conosciuto dal vivo al ritiro nomade.

Nella vita ha cambiato molti mestieri, in un percorso di crescita personale e ricerca di libertà.

Approdato nel mondo della programmazione, sperava di trovare una risposta definitiva e invece si è scontrato con la noia delle gerarchie aziendali.

Non contento quindi, ha preso un biglietto per l’Asia e si è rimesso in gioco per le strade del mondo.

Ormai siamo amici, ci sentiamo spesso via mail o tramite chiamate per cercare di riflettere insieme sul concetto di libertà e sulle scelte di vita.

La cosa bella dei suoi racconti è che non ha idealizzato una soluzione ma che sta continuando a rimettere tutto in discussione, anche la scelta stessa del viaggio.

Questo per me è sempre stato più difficile di prendere e mollare tutto, significa accettare di aver sbagliato, di essere ignorante in qualcosa e di dover cambiare punto di vista.

La terza storia invece è di cronaca, una storia che ho visto discutere ovunque e su cui ho sentito di tutto tra Youtube e Reddit.

La famosa famiglia nel bosco: 2 genitori (inglese lui, australiana lei) con 3 figli di 8 e 6 anni che si sono trasferiti in provincia di Chieti per vivere off grid.

Il caso è nato perché attraverso giudici e assistenti sociali è stato ritenuto che i minori non potessero vivere così.

Solitamente evito notizie in generale, figuriamoci se di cronaca, ma viaggiando con famiglia sono entrato spesso in contatto con realtà simili, studio anzi con interesse soluzioni di vita alternative.

E quindi mi sono interessato al dibattito che si è creato, mi è sembrato quasi che l’opinione pubblica si fosse interessata a qualcosa di più simile al mio mondo.

Ed è stato lampante quanto viviamo immersi nella nostra bolla, quanto abbiamo bisogno di farci scudo delle nostre convinzioni e certezze per sopravvivere.

Attenzione, da entrambe le parti.

Da un lato c’è chi abbraccia la narrazione romantica della vita nella natura, senza entrare nel merito del caso, delle problematiche reali o presunte dei minori (psicologiche e fisiche) e della complessità del vivere in società.

Dall’altro c’è chi non conosce questo sottobosco di persone con stili di vita diversi e trancia la discussione con un granitico “è sbagliato”.

Con questi ultimi mi ci sono scontrato tanto in questi anni, e ho capito che nel loro giudizio stanno solo difendendo quelle scelte di vita che non hanno mai messo in discussione e che io con le mie scelte diverse implicitamente metto sotto giudizio.

Ma a forza di studiare chi aveva preso strade completamente diverse, ho iniziato a stancarmi anche di chi aveva abbracciato una scelta alternativa senza più poterla mettere in discussione.

La verità come sempre è molto più complessa di una posizione granitica, e non permettersi di cambiare idea, di esplorare qualcosa di diverso è un limite gigantesco.

Il nomade digitale, il freelance, l’eremita ma anche l’imprenditore, il solopreneur, il content creator: tutte bellissime etichette che tolgono la libertà di essere qualcos’altro, di evolversi.

Sicuramente serve il coraggio e la spregiudicatezza di prendere una strada sconosciuta, così come poi serve il coraggio di mettere quella scelta in discussione.

Come direbbe il filosofo, so di non sapere (un cazzo).

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